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  • Immagine del redattoreA porte Schiuse

IN FUGA PER LA SETE DELLA TERRA (ON THE RUN BECAUSE OF EARTH’S THIRST)

Ricordando…

Anno scolastico 2017/2018, sede centrale, aprile


“La mia famiglia non è povera!”

A parlare così, in un sussurro ma non senza orgoglio, è un uomo che fra poco più di un mese festeggerà il suo cinquantunesimo compleanno. La famiglia di cui parla (una moglie, due figlie ormai indipendenti e un figlio adolescente) è rimasta in Namibia, il Paese dell’Africa sud-occidentale dove lui è nato e dove intende tornare appena gli sarà possibile.

Non è la prima volta che l’uomo (credo non gli dispiacerà se lo soprannominiamo Martin Prince!) sottolinea che la ragione che lo ha spinto a emigrare non è né economica né politica.

“Siamo coltivatori. Mio padre e mio nonno hanno coltivato la terra che adesso stanno coltivando mio figlio e i miei generi”, aggiunge con fierezza.

Dal suo tono di voce è chiaro che non vuole mostrarsi arrogante né segnare la differenza tra la sua condizione e quella dei compagni. Piuttosto percepisco senso dell’onore per il proprio lavoro, ma anche tristezza e una profonda preoccupazione.

“Allora, che cosa ci stai a fare qui?”, gli domanda una studentessa ivoriana. La risposta di Martin Prince è semplice: “Il deserto del Namib si è allungato fino sui miei campi. Da tre anni non piove più”.

Il suo obiettivo, ci spiega, è quello di lavorare per qualche anno in Italia così da mettere da parte denaro a sufficienza per tornare in Namibia e impiantare un moderno sistema di irrigazione agricola per la sua “piccola azienda familiare” (sono parole sue, e non ho motivo di metterle in dubbio).

Li chiamano ‘migranti climatici’. Non emigrano perché hanno fame o sete, ma perché è la loro terra ad avere fame e sete. Come Martin Prince, sono vittime della siccità, della desertificazione, del riscaldamento climatico. Sono tanti, e sono destinati a diventare tantissimi.

Per capirlo basta guardare il documentario The climate limbo

- https://www.youtube.com/watch?v=p7HNEuflf2g -, scritto da Elena Brunello e diretto da Paolo Caselli e Francesco Ferri. È un documentario che fa male al cuore ma fa bene a chi ancora pensa che la Namibia, così come i suoi problemi, è lontana: scoprirà che le stesse minacce colpiscono anche gli agricoltori e gli allevatori italiani e uccidono i ghiacciai delle nostre Alpi.



Giusto per capire di cosa stiamo parlando:

Anche gli animali ne soffrono:

Non un fulmine a ciel sereno:


 

ON THE RUN BECAUSE OF EARTH’S THIRST

Recalling…

School year 2017/2018, central building, April


“My family is not poor!”

This is said, quietly but not without pride, by a man close to his fifty-first birthday. The family he’s talking about (a wife, two daughters who are now independent and a teen son) is still in Namibia, the South-Western African country he was born in, and to which he intends to return as soon as possible.

This is not the first time this man (he probably won’t mind being called Martin Prince) points out that his reason for migrating isn’t due to economy nor politics.

“We’re farmers. My father and grandfather have worked on the land my son and sons-in-law are working on”, he adds fiercely.

His voice makes clear his intent is not being arrogant nor differentiating his situation from his classmates’. I detect a sense of pride for his own work, together with sadness and a deep worry.

“What are you doing here, then?”, a student from Côte D’Ivoire asks.
Martin Prince’s answer is simple: “The Namib Desert has spread to my land. It hasn’t rained in three years”.

His goal, he explains, is to work in Italy for a few years, save enough money to go back to Namibia and install a modern irrigation system for his “small family run business” (his words, and I have no reason to doubt them).

They’re called ‘climatic migrants’. They don’t leave because they’re hungry or thirsty, but because their land is. Just like Martin Prince, they’re victims of drought, desertification, global warming. They are many, and their number is bound to increase.

To understand, it is sufficient watching the documentary ‘The climate limbo’ (https://www.youtube.com/watch?v=p7HNEuflf2g), written by Elena Brunello and directed by Paolo Caselli and Francesco Ferri. It hurts to watch but it is beneficial to those who still think that Namibia, and its problems, are still far away: you will discover the same menaces are attacking Italian farmers and killing the glaciers of the Alps, as much as the whole world.



In order to better understand what are we speaking about.

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3 Comments


aporteschiuse
Oct 18, 2019

La virtù del dubbio.

Ma a volte la verità è fin troppo chiara. Ad esempio riguardo allo stretto legame tra cambiamento climatico e impoverimento di troppe aree del mondo.

Eppure, come spiega bene anche questo articolo, combattere la fame conviene. Anche economicamente.

https://www.remocontro.it/2019/10/16/fermare-i-cambiamenti-del-clima-per-sconfiggere-la-fame/

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aporteschiuse
Sep 08, 2019

Purtroppo, ricordi bene. Gli Stati Uniti non hanno aderito al Protocollo, mentre la Cina e l'India, che pure l'hanno ratificato, non sono però tenute a ridurre le emissioni.

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magnoli.luca
Aug 31, 2019

Questo fenomeno è il risultato del continuo sfruttamento dell'Africa da parte delle multinazionali: "basterebbe" che non fossero i cittadini a doversi occupare di un continente ma che i paesi ormai sviluppati (es. Stati Uniti e i paesi dell'UE) creassero, e rispettassero, progetti attui ad una bonifica del territorio e allo sviluppo industriale e agricolo. Se ben ricordo, riguardo al tema dell'ambiente, gli Stati Uniti, e forse anche la Cina, non hanno aderito al Protocollo di Kyoto: come si può facilmente dedurre, la mancata adesione di due Paesi di tale "stazza" comporta effetti negativi a livello ambientale.

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