• Elisabetta Crisponi

I viaggi di Gulliver. MA CHE DOMANDE... LA LIBERTÀ!

di ELISABETTA CRISPONI


Oramai è opinione comune che l’Unione Europea sia un’entità astratta, da cui i cittadini si sentono distanti ed estraniati, forse perché si parla sempre di un’unione di tipo economico e di coloro che ai vertici la gestiscono, dimenticandoci del fatto che nasce da ciò che siamo proprio noi: il cittadino europeo.

Come si legge nel Preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, l’UE: «Pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia».

Per toccare con mano questi valori basterebbe, per esempio, passare un pomeriggio dentro una delle sedi della scuola statale che offre a cittadini italiani e stranieri, con regolare permesso di soggiorno, servizi e attività per l’istruzione in età adulta.

Le storie di questi ragazzi vanno al di là delle vicende personali, mettono in luce lo splendore dei valori che caratterizzano i principi costituenti dell'Europa dei popoli. Partendo prima di tutto dall’importanza dell’istruzione, che diventa primo strumento di emancipazione, possibilità di crescita culturale e personale. Si riscopre la bellezza dell’imparare, del mettersi in gioco, del perseguire un obiettivo.

Tutto questo va a coincidere con l’originario “sogno europeo”: costruire la propria identità, il proprio futuro, all’interno di una società che ci offre l’opportunità di scegliere, realizzarci, essere liberi. Tutti principi di cui forse noi, cittadini europei “di nascita”, abbiamo dimenticato l’importanza, perché ne abbiamo goduto fin da subito, acquisendo diritti senza necessità di lottare per averli. Questi studenti stranieri ci insegnano che niente è scontato.

Sono persone che crescono sradicate dalla propria terra e dai propri affetti, che prendono in mano la loro vita con determinazione, nonostante ciò significhi affrontare sacrifici.

Questo modo di fare si riflette anche nell’impegno verso lo studio e gratifica il lavoro degli insegnanti:

«Dal punto di vista umano è un’esperienza meravigliosa – mi dice una giovane professoressa - c’è molta concretezza in questa scuola, gli studenti mi dicono che vogliono imparare perché a loro piace e ne hanno bisogno, perché vogliono stare qui in modo regolare e avere un lavoro onesto. Durante le lezioni mi piace parlare di un minimo di storia e geografia dei loro Paesi. Perché purtroppo alcuni arrivano qui e non sanno nemmeno collocare in un territorio geografico specifico la loro Nazione: ne conoscono il nome e il continente di appartenenza, ma niente di più. Non sanno i perché della loro condizione, i fatti storici e le problematiche sociali che l'hanno determinata. Quindi cerchiamo di ricollegare i loro ricordi alla loro storia».


L’utenza è tutta di persone adulte, dai sedici anni in su, ma la maggioranza è composta da ragazzi che hanno più di 25-30 anni.

Il loro impegno è finalizzato ad avere un titolo di studio per poter trovare un impiego e acquisire poi la cittadinanza italiana. Sono ragazzi che provengono da culture molto diverse: arrivano dall’Africa nera, dal Nord Africa, dall'Asia, dal Centro e dal Sud America e dall'Est Europa.

Ci sono quattro insegnanti che fanno il corso di alfabetizzazione: si tratta di un insegnamento propedeutico per essere ammessi, rivolto a chi non conosce il nostro alfabeto o non sa leggere e scrivere nemmeno nella propria lingua. Ci sono diversi settori: l’alfabetizzazione, tre classi di scuola media al mattino, al pomeriggio e la classe serale; infine, un biennio superiore che non è un biennio completo. Infatti, si frequentano solo le materie comuni di tutti i due anni delle scuole superiori: italiano, storia, inglese, scienze, matematica, diritto ed economia. Superati gli esami, gli studenti possono accedere al triennio nella scuola che scelgono, di solito istituti professionali. Ogni studente viene seguito passo dopo passo per poterlo indirizzare verso gli studi a lui più consoni.

La frequenza femminile ha quasi raggiunto la parità con quella maschile, ma con una differenza anagrafica: l'età media delle donne è leggermente più alta, 30-40 anni, mentre per gli uomini è di 25-35 anni.


Ma adesso passiamo a conoscere qualcuno di questi splendidi ragazzi.

Prima di iniziare le interviste, mi fanno immediatamente presente che non intendono perdere un secondo della lezione. “Ma guarda un po’! - dico stupita - e io che per tutta la vita ho visto studenti fingere vergognosamente i mal di pancia pur di non andare a scuola!”. Scoppia una risata generale.

Poco dopo incontro I., dolcissima ragazza rumena di 19 anni. Racconta di sé:

«Sono arrivata in Italia quando avevo sedici anni. I miei genitori ci stavano già da quindici anni e io sono cresciuta in Romania con i miei nonni. Mia madre fa l’aiuto cuoco e mio padre lavora come OSS in ospedale, così, una volta stabilitisi con il lavoro, mi hanno fatta venire qua. Appena arrivata, sono stata rifiutata in varie scuole perché non sapevo parlare l’italiano e poi ho scoperto questa scuola tramite amici. Mi hanno fatto fare il corso di italiano e poi ho iniziato a fare il biennio superiore, che tuttora frequento. Mentre studiavo, ho anche lavorato come cameriera per potermi mantenere ma voglio avere un diploma per poter fare quello che mi piace, ossia lavorare con i bambini come assistente sociale».

Questo percorso di studio ti ha portata anche a una crescita personale?

«Quando sono entrata per la prima volta in questa scuola ero timidissima, non conoscevo nessuno e avevo paura di essere lasciata sola. Pian piano ho iniziato a sbloccarmi, ho trovato qui i miei migliori amici, ho sconfitto la timidezza e sono stata aiutata. Posso dire di avere vissuto qua la mia adolescenza e aver raggiunto i miei primi obiettivi da adulta».

Qual è l'insegnamento più importante che trasmetterai ai tuoi figli un domani?

«Dirò loro di non ascoltare mai quelli che dicono che non ce la faranno, e di perseguire sempre i propri sogni con coraggio».

E quando termino le domande, è lei a porne un’ultima a me: “Ti posso abbracciare?”.


Attraverso i racconti di questi ragazzi, viviamo ritagli di umanità, pezzi della nostra storia, frammenti di gioie e conquiste, ma anche brandelli di sconfitte di civiltà. Soffermiamoci sulla storia di J. per introdurre una breve riflessione.

C'è una parte di popolazione, figlia dell’Unione Europea a tutti gli effetti, che però appartiene “all’altra metà della mela”, come se nella nuova Europa ci siano due enormi regioni atmosferiche differenti, una ad alta e una a bassa pressione, creando un’imponente corrente che prorompe in un’unica direzione: da oriente verso occidente. [Alessandro Leogrande, 2008, Uomini e caporali: Viaggio tra i nuovi schiavi delle campagne del Sud].

Questi non sono cittadini extracomunitari, ma neocomunitari; ossia provenienti dai Paesi oltre la cortina di ferro che oggi sono stati integrati nell’Unione Europea. Polacchi, romeni, bulgari, slovacchi, lituani, vengono dalle regioni più povere della nuova Europa, dove è ancora imposta la fuga dalla povertà, da una particolare forma di stagnazione economica, sociale e psicologica. Questo è un fatto su cui i governanti e tutti noi dobbiamo riflettere, per capire che la strada per una vera Unione in parità di diritti e opportunità è stata tracciata, ma è ancora tutta da percorrere.


Ma continuiamo questo racconto attraverso le parole dei nostri giovani.

Per quanto riguarda il vicino continente africano, abbiamo una testimonianza dal Nord Africa e una dall’Africa subsahariana. Si tratta dei racconti di J. (34 anni, ragazzo del Ghana) e di B. (30 anni, ragazza tunisina). J. mi scruta con la sua aria intellettuale e, dopo un attimo di esitazione, rompe il ghiaccio con il suo sorriso solare e inizia a raccontarsi.

Mi dice che prima di venire in Italia ha vissuto in Inghilterra, dove faceva l’elettricista. Frequenta questo istituto per poter prendere un attestato di conoscenza dell’italiano e si è iscritto all’Università Cattolica di Milano in Scienze del Servizio Sociale. Alla domanda sul perché ha scelto questa scuola risponde:

«Perché c’è amicizia e disciplina. Ci sono stranieri, diverse culture e mentalità, ma ci sono uniche regole che ognuno di noi deve seguire».

Una volta laureato, gli piacerebbe lavorare nel sociale, per offrire quello che di buono c’è in lui al prossimo.

Perché hai deciso di stabilirti in Italia?

«In Italia c’è più tranquillità, c’è amicizia. Quando passi per strada la mattina, se saluti una persona che non conosci, quella persona ti risponde. Qui sento un senso più umano, per questo mi piace l’Italia».

Torni mai nel tuo Paese d’origine?

«Ogni tanto torno a casa mia in Ghana, ora non ci vado da due anni. Penso che in ogni posto si possa trovare del bene e del male, però quando si mettono le cose sul piatto della bilancia, bisogna saper scegliere. È giusto che ognuno abbia l’opportunità di cambiare vita».


Completamente diversa la storia di B., che guardandomi con i suoi grandi occhi neri mi dice «Mi trovo in Italia da quasi cinque anni, ho raggiunto mio marito che fa il sarto. Mi sono iscritta in questa scuola per poter prendere la terza media e poi il diploma, prima di tutto per i documenti e poi per poter continuare a svolgere la mia professione».

Che lavoro facevi in Tunisia?

«La farmacista. Per poter fare il mio lavoro qui, ho bisogno di studiare ancora in Università, perché è necessario che io studi le stesse cose in lingua italiana. Non so ancora se dovrò rifare tutti gli esami, per ora mi concentro sullo studio in questa scuola in cui ho trovato tanta gentilezza e competenza. A me piace molto il mio lavoro e non voglio rinunciarci».


Queste due esperienze riguardano persone ormai adulte, formate anche professionalmente, ma l’ultima voce che voglio farvi ascoltare, è quella di un ragazzo che si sta affacciando alla vita e viene da molto lontano.

Stiamo parlando di A., vent'anni, della sua allegria e di un lungo viaggio da El Salvador.

Cosa ti ha spinto a venire in Italia?

«Sono arrivato in Italia da quasi due anni, e ci sono venuto principalmente per motivi di studio. Ma anche perché sono praticamente dovuto scappare dal mio Paese».

Cosa significa?

«Non ero libero come lo sono ora. Là essere giovani significa per forza essere parte delle bande criminali. Io ero uno dei pochi interessato soltanto a finire i miei studi, senza immischiarmi in quelle faccende e per questo vivevo costantemente sotto minaccia».

Quali sono i tuoi studi e interessi?

«Nel mio Paese d’origine mi sono diplomato. Qui sto prendendo la licenza media italiana per poi studiare meccatronica. Amo l’arte e la storia, e soprattutto la danza. Ora mi posso finalmente dedicare a tutte queste cose».

Perché hai scelto proprio l’Italia?

«Mia madre vive qui da diciotto anni, fa l’assistente di uno scultore. Qui ha incontrato il suo compagno, che io considero mio padre perché mio padre biologico non l’ho mai conosciuto. Ho vissuto con mia nonna e i miei zii, e in diciotto anni ho visto mia madre solo tre volte, ma anche se lei era così lontana, ci sentivamo sempre e io non mi ricordo nemmeno un giorno della mia vita senza di lei. L’ho sempre sentita vicina».

Che messaggio vorresti dare ai giovani rimasti nel tuo Paese?

«Può sembrare brutto da dire, ma io non voglio più tornare nel mio Paese. Per un mio coetaneo rimastoci ho poche speranze, tutti i ragazzi sono coinvolti nella criminalità, è qualcosa di incredibile. Il governo non interviene, i poliziotti diventano amici di queste bande criminali, io avevo paura anche di loro. Se, per esempio, ti sposti da un quartiere all’altro, ti chiedono i documenti e se fai parte di un territorio gestito da una banda avversaria vieni picchiato o peggio, anche se non c’entri niente. Penso, ad oggi, sia impossibile cambiare qualcosa, ecco perché ho preferito andarmene».

La serenità di A. mentre racconta questi fatti è impressionante, dai suoi occhi traspare la speranza e la voglia di vivere che il suo vissuto non ha scalfito. Quando gli pongo la domanda “Cosa ti piace di più dell’Italia?”, sorride, come se capisse che la risposta sia così ovvia per lui ma forse non per chi ha di fronte, e in maniera completamente disarmante risponde:
“La libertà!”

Dobbiamo sentirci in dovere di essere cittadini migliori anche per questi ragazzi, per poter far parte di una società che può e deve offrirci tutto il bello che la libertà può dare.

Dobbiamo continuare a vivere il nostro sogno comunitario, pur preservando le nostre diversità, perché noi europei nasciamo già con una grande responsabilità: essere degni della ricchezza della nostra cultura, portarne il peso, continuare sempre a farla fiorire nelle pagine di storia di oggi e domani.

Per i suoi valori, per quello che ha donato da sempre all’umanità: l’Europa è la Patria di tutti. Scriveva Fëdor Dostoevskij nel suo romanzo L’Adolescente (1875):

“Per un russo l'Europa è preziosa quanto la Russia: ogni sua pietra gli è dolce e cara. L'Europa è stata la nostra patria come la Russia. Oh, di più! Non si può amare la Russia più di quanto l'ami io, ma non mi sono mai rimproverato perché Venezia, Roma, Parigi, i tesori delle loro scienze e delle loro arti, tutta la loro storia, mi sono cari più della Russia. Oh, ai russi sono care quelle antiche pietre altrui, quelle meraviglie del vecchio mondo di Dio, quei frammenti di sacri prodigi; e questo è più caro a noi che a loro! Loro hanno altri pensieri e sentimenti, e hanno smesso di aver care le vecchie pietre”.

È partendo dalle vecchie fondamenta che riscopriremo la nostra anima.

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