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(AN)ALFABETI - (IL)LITERATE

Ricordando...

Anno 2018-2019, sede secondaria, novembre, prima lezione (Italiano)


Dopo l’appello, iniziamo subito la prima lezione. Questa volta ho meno fantasia e non giochiamo a colonnine, ma chiedo di scrivere una lettera per raccontare la loro giornata-tipo a persone diverse: voglio che si accorgano che parlare con un amico, con me o con il loro datore di lavoro non è uguale.

Tutti si mettono a scrivere quasi subito. Tutti, tranne uno.

Quell’uno è afghano, ha ventinove anni, è molto magro e da quando sono entrata in classe non sono ancora riuscita a incrociare il suo sguardo, che gli sta tenacemente incollato alle scarpe.

Lo ignoro per un po’, poi mi avvicino: “Beh?”

Non solleva lo sguardo.

“Tu sei l’unico che non sta facendo quello che ho detto”.

Non solleva lo sguardo. Io non lo abbasso.

“Non so scrivere” mi dice, dopo un lungo silenzio.

Finalmente solleva lo sguardo verso di me, ma questa volta sono io ad abbassarlo. Non ho mai avuto uno studente analfabeta. Da dove iniziare?

Decido di iniziare dal capire se, per caso, non mi sta prendendo in giro.

“Hai un cellulare?”, chiedo.

Me lo mostra.

“Come fai a usarlo?”

“Telefono. E mando messaggi con la voce”.

“Mi fai vedere?”

Mi fa vedere: nessun messaggio scritto, solo vocali.

Io scrivo il mio numero e detto a voce un messaggio tenendo premuto il tasto della dettatura. Le parole compaiono sullo schermo, scritte in automatico. Invio e gli mostro il mio cellulare: “Ecco, mi hai appena inviato il tuo primo messaggio scritto!”. Lui sorride.

Gli suggerisco di fare sempre così, d’ora in poi: dettare un messaggio a voce e poi sforzarsi di leggere quello che ha scritto la tastiera automatica, facendosi aiutare dal fatto che sa già cosa c’è scritto.

Mi chiedo di nuovo se mi sta prendendo in giro, ma poi colgo alcune occhiate di scherno che gli lanciano altri studenti, colgo che le vede anche lui e colgo tutto l’imbarazzo e la vergogna che gli si dipingono in viso. Le sue scarpe continuano a rubarmi tutto il suo sguardo.

Usciamo dalla classe e, appena fuori, lui scoppia in singhiozzi correndo verso il bagno.

Io rientro in classe.

“Prof., ma davvero quello non sa neanche scrivere?!”, mi chiede uno studente con sarcasmo. Alcuni ridono e lo prendono in giro, ma non tutti.

Chiedo a quelli che stanno ridendo di alzarsi, avvicinarsi alla mappa che sta appesa alla parete e indicarmi dove si trovino alcune città:

“La città più famosa del mondo: New York. Dov’è?”. Sanno che si trova negli Stati Uniti, ma non su quale costa.

“La città più antica del mondo: Varanasi, oggi è in India”. La cercano in Africa.

“La città più grande del mondo: Shanghai, in Cina”. Fanno confusione con Pechino.

Dentro di me penso che poteva andare peggio, ma rido ad alta voce di loro: “Davvero non sapete trovare queste città?! E magari non sapete neanche dove si trovano Barcellona, Istanbul, Dubai, San Francisco… avete mai sentito parlare di Hollywood?!… e non ditemi che non siete mai stati a Roma, a Venezia, a Londra, a Parigi, a Berlino?! Ma dai, non posso credere che siate tanto ignoranti! È ridicolo! In che mondo vivete?!”

Rido di loro. Mi guardano. Percepisco un gelo istantaneo che si è impadronito della classe. Smetto di ridere ma non dico una parola. Aspetto che capiscano da soli. Il gelo nell’aula si taglia con un coltello. Forse ho esagerato. È la prima lezione che svolgo in questa classe e sto correndo un rischio elevatissimo, senza ancora sapere chi ho di fronte. Ma il ragazzo afghano potrebbe rientrare da un momento all’altro e io ho fretta: chi ha riso di lui deve capire che una risata o uno sguardo di scherno possono affondare per sempre la sua nave, che già è tanto vicina agli scogli.

La porta infatti si apre e lui rientra, con gli occhi arrossati e lo sguardo ancora incollato alle scarpe. Gli altri tornano ai loro posti senza dire una parola e qualcuno, passandogli accanto, gli batte una mano sulla spalla sussurrandogli qualcosa in una lingua che non mi serve conoscere per capire che è quella universale.

Mi siedo di nuovo accanto a lui e finalmente, per la prima volta, mi guarda negli occhi. Di sfuggita, per un solo istante, ma è sufficiente.

È sufficiente a farmi venire in mente che in Afghanistan si parla un dialetto simile al farsi, la lingua dell’Iran, di cui ho qualche conoscenza. Scrivo su un foglio l’alfabeto persiano con accanto le lettere corrispondenti dell’alfabeto latino, ma il suo sguardo si incolla di nuovo alle scarpe. Gli chiedo di scrivere il suo nome nella sua lingua e con il suo alfabeto, perché dopotutto non sono certa che tra l’Afghanistan e l’Iran le differenze siano davvero così poche. Lui scrive alcune lettere, lentamente, con fatica. Le leggo, ma i suoni che io associo a quelle lettere non sono quelle che formano il suo nome.

“Conosci questo alfabeto?”

“Lo sapevo ma non me lo ricordo”.

È ufficiale: adesso non so davvero più cosa fare.

Confesso che sono sollevata quando gli altri studenti mi dicono che vogliono leggermi le loro lettere. Accetto, pensando che tanto ci rivedremo domani e nel frattempo mi sarà venuta in mente qualche idea migliore.


PS: Ho salutato il ragazzo afghano pensando che sarebbe stato sufficiente rivederlo l’indomani per risolvere ogni problema. Lui però non è venuto a scuola. Da quel giorno, al momento dell’appello il suo nome è risuonato nell’aula senza ricevere risposta e forse non lo rivedrò mai più. Già, purtroppo questa non è una favola e il lieto fine non è garantito. Sognavo di insegnare al ragazzo l’alfabeto latino insieme a quello della sua lingua madre. Sognavo tutto questo a occhi aperti, quel giorno, mentre uscivo da scuola; ma invece lui ha preferito avere occhi chiusi, occhi che non sognano.

È una sconfitta, una battaglia persa prima ancora di iniziare a combattere. Anzi, è soltanto per me che è una battaglia: per lui è tutta la guerra.




(IL)LITERATE

Recalling…

School year 2018/2019, secondary building, November, First class (Italian)

Right after roll call, we begin the first lesson. This time I’m less inventive and we don’t play Scatterwords, instead I ask my students to write a letter describing their daily routine to different people: I’d like to show them that speaking with a friend is not the same as speaking with me or with their boss.

Everyone gets right to work. All except one.

He’s Afghan, he’s twenty-nine, he’s very thin and I still haven’t met his downcast eyes, since I walked into the room.

I give him space for a while, then I get closer: “What’s going on?”

He doesn’t look up.

“Everyone but you is writing”.

He doesn’t look up. I don’t look away.

“I can’t write” he says, after a long silence.

He finally looks at me, but it’s me that’s looking down now. I never had an illiterate student. Where should I start?

I decide to start by making sure that, by any chance, he is not trying to fool me.

“Do you have a mobile?”, I ask.

He shows it to me.

“How do you use it?”

“I make phone calls. And send voice messages”.

“Can you show me?”

He shows me: no tests, only voice messages.

I write my number and articulate a message with the dictation button. The words appear on the screen automatically. I send it and show him my phone: “Here, you just sent your first text!”. He smiles.

I suggest him to do the same every time he has the chance: use the voice to text function and then try to read back the words, knowing the meaning already.

I again ask myself if he’s pranking me, but then I see some derisive glances from other students, I notice he sees them too and a look of shame appears on his face. His shoes are still captivating his gaze.

We leave the classroom and he starts sobbing running to the bathroom.

I go back inside.

“Prof., how come he can’t even write?”, a student sarcastically comments. Some of them, but not all, laugh.

I ask the amused ones to get up and go to the map, pointing at a few cities:

“The most famous city in the world, New York. Where is it?” They know it’s in the US, but not on which coast.

“The oldest city in the world: Varanasi, in present day India”. They look for it in Africa.

“The biggest city in the world: Shanghai, in China”. They mix it up with Beijing.

I think to myself they didn’t do a half bad job, but I say aloud: “How come you can’t locate these cities?! And don’t tell me you can’t even find Barcelona, Istanbul, Dubai, San Francisco… Have you ever heard about Hollywood?... And don’t tell me you’ve never been to Rome, Venice, London, Paris, Berlin? I can’t believe your ignorance! Have you been living under a rock?”

I laugh. They look at me. I can feel the general mood has become icy. I stop laughing too but I don’t explain right away. I wait for them to figure it out on their own. Maybe I overdid it. It’s my first day of class and I already took a huge shot in the dark, without knowing my audience. But the Afghan kid may come back any time now and I’m in a hurry: the ones that laughed at him need to understand that a laugh or derisive glance could forever sink his ship, which is already so close to the rocky shore.

And behold, the door opens and he comes back in, with red eyes and still looking at his feet. The others go back to their respective seats without saying a word and someone, in passing, pats his back whispering something in a language I don’t need to understand as the intent is universal.

I sit back beside him and for the first time our eyes meet. It’s just a passing moment, but it’s enough.

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