• A porte Schiuse

NON CAPISCONO, SONO NERI (THEY DON’T UNDERSTAND, THEY’RE BLACK)

Ricordando...

Anno 2018-2019, sede secondaria, gennaio


“Cosa vuoi che capiscano...” a parlare è una mia collega, che chiameremo Ned Flanders, mentre siamo in metro: “Tu prova a spiegare le cose più semplici, quelle che io e te abbiamo imparato alle scuole elementari. Tanto cosa vuoi che capiscano?!”

Ned Flanders vive questa scuola da più tempo di me, la conosce molto meglio e certamente ha strumenti per interpretare i nostri studenti che si acquisiscono solo sul campo, stando in classe, e che io ancora non ho. Prosegue:

“Presto ti accorgerai che gli studenti con cui abbiamo a che fare noi certi concetti di civiltà non li capiranno mai. Non sono come eravamo noi a scuola. Non so, forse è perché hanno vissuto la vita che hanno vissuto e che è meno fortunata della mia e della tua, ma non sono come noi… Tu però non ti preoccupare, devi solo fare il tuo lavoro. Devi insegnare loro a rispondere a una domanda il giorno dell’esame e non importa se non capiscono il significato di quello che dicono. Tanto cosa vuoi che capiscano... anche se alcuni si sforzano, sono neri”.

Siamo arrivate a scuola.

Io non le ho ancora risposto. Non so cosa rispondere. So soltanto che a me capita di parlare con i miei studenti di concetti che non sono affatto elementari: cose come far sopravvivere una famiglia di sei persone con un solo stipendio da badante (Economia) o districarsi nella burocrazia in lingua per loro straniera per ottenere il permesso di soggiorno (Diritto).

E i miei studenti, secondo me, questi concetti li capiscono bene. Meglio di quanto li capisca io.

Non so cosa rispondere, ma la mia collega mi tiene aperta la porta d’ingresso a scuola ed entriamo insieme.

Soltanto, guardandola negli occhi vedo che è un po’ più stanca di me. Ha una famiglia e delle fatiche fuori dal lavoro che io non ho, ma vedendo la sua stanchezza penso che ha anche una fatica che potrebbe risparmiarsi.

Il nostro lavoro diventa faticoso quando stare in classe smette di essere una sfida e una missione, quando parlare agli studenti smette di essere un parlare con gli studenti.

È faticoso essere professore quando smetti di avere stima delle persone che hai di fronte o quando loro smettono di essere persone e iniziano a essere soltanto studenti; è faticoso quando smetti di desiderare che ti ascoltino per un motivo che non è soltanto il loro bisogno di avere un diploma. Ecco, sì, a quel punto il nostro lavoro diventa faticoso.

Il nostro lavoro, poi, diventa insopportabile quando smetti di sperare e di credere che le persone con cui parli in classe possano non solo capire, ma anche ampliare e arricchire i tuoi stessi orizzonti. E se smetti di crederci perché “sono neri” forse significa che di orizzonti non ne hai più.

Tutto questo lo penso e basta, mentre Ned Flanders mi sorride, mi augura buon lavoro e va a fare il suo portandosi dentro l’aula tutto un bagaglio di strumenti acquisiti sul campo e che io ancora non ho, ma anche di stanchezze che io sono contenta di non avere.



THEY DON’T UNDERSTAND, THEY’RE BLACK

Recalling…

School year 2018/2019, secondary building, January

“They can’t understand…”, says a colleague of mine who we’ll call Ned Flanders, while we are in the subway, on our way to the school. “Try to explain them the easiest rudiments of culture, the things you and I learned in first grade. How much do you think they understand anyways?”.

Ned Flanders has worked in this school long before I did, she has more familiarity with it and I’m sure she has much more expertise than me in interpreting our students under her belt. She goes on:

“Soon you’ll realize our students can’t wrap their heads around civilization. Try to teach them is like going on a wild goose chase. They are not like me and you when we were in school. Maybe, the reason is that their life has been less fortunate, but the bottom line is they are not like us. Don’t you worry though, you just do your job. Just teach them to answer an elementary question for the state certification exam: no matter if they don’t understand what they’re talking about. They cannot understand… some of them are diligent, but they’re black”.

We have arrived at school.

I have no answer her yet. I have no idea what I’m supposed to answer.

I just know that, daily, with my students I tackle subjects that are everything but elementary: how to support a six-people family with one caregiver salary (Economic) or how to navigate the Italian legislation to get a residency permit [our Green Card. In our school, the students must study Law and Economics].

I can tell my students can well understand these issues. Rather, I seem they understand better than me.

I have no idea what I ought to answer, but Ned Flanders keeps the door open for me and we enter the building together.

Looking at her, I see in her eyes that she’s more tired than me. She has a family and many worries when she calls it a day, but I think she has also a worry she could avoid.

Being a teacher becomes tiring if you stop talking with the students and you only talk to the students.

Our job becomes tiring if you stop respecting the people you face, or if you stop seeing each of them as an individual and you only see a mass of students; our job becomes tiring if you stop wishing they would listen to you for a reason other than needing a diploma.

Our job, moreover, becomes unbearable if you stop hoping and believing that who you are talking with people can not only understand you but also expand your horizons of meaning.

And if you stop believing it because “they’re black”, it means that you have no more horizons at all.

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