• Elisabetta Crisponi

I viaggi di Gulliver. ERA SCESA LA NOTTE E DIETRO LE PORTE CHIUSE TUTTI DORMIVANO

di ELISABETTA CRISPONI


Digitando la parola “Somalia” su Google, apparirà sul nostro schermo che si tratta di uno  Stato dell'Africa orientale  situato nel  Corno d'Africa. Un posto senza dubbio lontanissimo da noi, quindi. Ma in realtà, ci è più “vicino” di quel che pensiamo: infatti, la storia somala si è intrecciata sempre di più, con il passare dei decenni, a quella italiana. Il nostro Gulliver cercherà di spiegarne il perché, in questo suo nuovo viaggio. Prima di tutto, La Somalia fu, dal 1889  al  1908, un protettorato e poi, dal 1908, una  colonia italiana. Nel 1936  divenne  Governatorato della Somalia nell'Africa Orientale Italiana, e durante la  Seconda guerra mondiale, nel 1941, fu occupata dal Regno Unito. Dal 1950  fino al 1960  fu sotto l'Amministrazione fiduciaria Italiana per conto dell'ONU. La storia della Somalia come Stato sovrano inizia a partire dal 1960, ma noi ci concentreremo su un altro periodo, quello che parte dal 1990 e arriva fino ai nostri giorni. Prima del 1991 il Paese era governato dal dittatore Siad Barre, che nel 1969 aveva organizzato un colpo di stato proclamando la Seconda Repubblica. All' inizio era sembrato un tiranno illuminato, ma con il passare del tempo si era rafforzato un movimento di liberazione, finanziato anche dalla vicina Etiopia, provocando l’inizio di una vera guerra civile. In poco più di due anni si contarono 50 mila morti. Nel gennaio 1991 il movimento di liberazione aveva destituito Siad Barre, che dall’esilio in Nigeria comandava ancora i suoi uomini, attraverso il suo generale Mohammed Farah detto Aidid. Nel 1994 (anno su cui torneremo più avanti), il presidente in carica era Ali Madhi, le cui truppe controllavano Mogadiscio Nord. In questo scenario si inserì la missione dell’ONU chiamata Restore hope, alla quale partecipava anche l’esercito italiano. Nel 1993 gli Stati Uniti si sganciarono da questa iniziativa, per schierarsi con il presidente in carica Ali Mahdi, diventando quindi per gli uomini di Aidid un nemico da combattere. 

“La guerra in Somalia cominciata nel 1991 non è mai finita. Ha visto susseguirsi al potere vari clan e vari dittatori. Ha visto il ritiro delle truppe ONU e l’arrivo delle truppe AMISOM, ovvero African Union Mission To Somalia. Nel settembre del 2012 è stato eletto presidente Hassan Sheikh Mohamud, un uomo di pace già impegnato durante la guerra civile in organizzazioni non governative e in uffici dell’ONU e dell’UNICEF. Il suo obiettivo è pacificare la Somalia combattendo la corruzione e avviando finalmente le riforme economiche e sociali che i somali aspettano da anni. Non sarà un lavoro facile: dopo appena due giorni dal suo insediamento ha subito un grave attentato nel quale sono morte dieci persone. Al Qaeda ha organizzato una cellula di terroristi in Somalia, che si chiama Al Shabaab (che significa: “I Giovani”). Obiettivi del movimento sono l’istituzione della Shari’a come legge dello stato somalo, la caccia dei soldati stranieri, degli etiopi e delle forze di pace, e il rovesciamento del governo. […] Nonostante i progressi registrati a livello politico e militare, infatti, la situazione del Paese è considerata pericolosa, soprattutto per i cittadini stranieri. […] La situazione sanitaria è ancora molto grave: la carestia del 2011 ha spinto la popolazione del centro sud del Paese verso Mogadiscio, dove sperava di ricevere assistenza. La capitale, però, non è in grado di sopportare l’afflusso di tutti i profughi. Nel corso del 2014 sono arrivate in Somalia le truppe dell' EUTM (European Union Training Mission), come si chiamano le missioni militari dell’Unione Europea che hanno lo specifico compito di addestrare e qualificare le forze militari dei vari Paesi.” (Gigliola Alvisi, 2019, Ilaria Alpi La ragazza che voleva raccontare l’inferno).

È in questo scenario che introdurremo la storia del nostro studente J., somalo di 34 anni. Da quale parte della Somalia arrivi? «Io sono di Mogadiscio, la capitale. Vengo dal distretto di Kaaraan, a nord della città. Sono cresciuto in mezzo alla guerra, dalla finestra di casa mia vedevo soldati, armi, sparatorie e morti quotidianamente. Per me vedere la guerra è normale.» Allora J, perché sei qui con me in Lombardia e non in Somalia? «Sono scappato. I terroristi di Al Shabaab reclutano i giovani come sicari. Se ti rifiuti, loro uccidono te. Io mi sono rifiutato di far parte della loro organizzazione, quindi l’unica cosa che potevo fare era fuggire.» Raccontami un po' la tua vita prima di arrivare in Italia. «Ho studiato alla scuola islamica, poi ho fatto quella araba. Lì ho conosciuto mia moglie. Quando sono andato via ho lasciato anche lei. Adesso vive in Norvegia, sola con i nostri figli.» Hai dei bambini? «Sì. Tre, e uno in arrivo.» Uh che bello! Tanti auguri. Ma continua pure il racconto sulla tua fuga in Italia, poi sulla tua famiglia ci ritorneremo… «Sono arrivato con i barconi, sì, proprio quelli che vedi ogni giorno in TV. Sono passato dalla Libia, ma c’era ancora Gheddafi all'epoca. Chi non pagava per il viaggio veniva comunque torturato o ucciso dagli scafisti, ma la situazione non era grave come ora.» Di che anno parli? «Era il 2007. Sono sbarcato a Lampedusa, sono stato lì qualche settimana. Poi ho preso l’ aereo per Caltanissetta e sono rimasto sette mesi nel centro d’accoglienza. Lì ho fatto la richiesta d’asilo.» C’erano strutture in cui vi facevano svolgere un corso di italiano? «Sì, il corso era previsto. Ma prima di iniziare a fare certe attività serve tempo per riprendersi, le prime cose da fare sono le visite mediche perché spesso si arriva in condizioni pessime, sia a livello fisico che mentale.» E dopo che la tua richiesta d’asilo è stata accolta? «Ho scelto di stare a Milano. La Chiesa metteva a disposizione mensa e dormitorio, che era aperto solo durante l’inverno, d’estate si dormiva per strada. Ho iniziato a fare il magazziniere, adesso faccio l’autista. Sono andato in Olanda, ma mi hanno riportato in Italia perché è qui che ho fatto richiesta d’asilo.» Ecco, questo spiega il motivo per cui vivi separato da tua moglie. «È una norma della Convenzione di Dublino: fino a quando non acquisisci la cittadinanza, devi stare nel Paese in cui ti hanno preso le impronte digitali appena sbarcato e dove hai fatto la richiesta. Ovviamente questo vale anche per mia moglie: per lei il primo paese di “sbarco” è stato la Norvegia, perché è arrivata dalla Somalia direttamente in aereo. La Norvegia non fa parte dell’Unione Europea, quindi chi ci va senza avere un’occupazione può starci massimo tre mesi. Io ho imparato anche il norvegese, i miei figli parlano solo quella lingua e conoscono poche parole in somalo.» Quindi tu punti a prendere la cittadinanza, così con il passaporto italiano puoi andare a vivere in Norvegia. E immagino questo sia il motivo per cui ti sei iscritto in questa scuola. «Esatto. In Italia mi trovo benissimo, ma ormai i miei figli stanno crescendo là e poi in Norvegia c’è un trattamento migliore per chi arriva: ti danno una casa, ti istruiscono, impari la loro lingua e inizi subito a lavorare.» Facciamo un attimo un passo indietro, torniamo alla Somalia. Che immagine avevi dell’Italia quando stavi ancora a Mogadiscio? «Mio nonno era un militare sotto l’esercito italiano. Anche mio padre ha fatto il soldato, ma solamente con l’esercito somalo. Diciamo che in Somalia gli italiani non hanno lasciato una bella traccia nella storia. Hanno fatto degli errori.» Quali? «Beh, circolano dei racconti. Uno di questi è che i fascisti usavano le persone come “ponte” per attraversare il fiume, voglio dire che le calpestavano letteralmente per passare da una sponda all'altra. Ma in generale, quello che penso è che quella italiana sia stata un’occupazione sterile. Avete lasciato qualche scuola o negozio, strade, consultori, ma niente della vostra immensa cultura, nemmeno la lingua. Un somalo della mia età non sa niente dell’Italia.» E l’esercito italiano negli anni ’90? All'epoca eri un bambino. «In quel momento aiutavano con l’ONU il mio Paese in difficoltà. Ma è comunque meglio essere indipendenti.  Anche in brutte situazioni.» Sai chi era Ilaria Alpi? Ne hai mai sentito parlare? «So solo che era una giornalista italiana uccisa in Somalia da ignoti, con un altro fotoreporter, forse.  Ho sentito la sua storia solo perché nella nostra comunità qui si sa di un ragazzo somalo che ha fatto tanti anni di carcere in Italia, accusato di essere il suo assassino. E poi è stato rilasciato e risarcito perché innocente.» E sai qualcosa sulla strada Garowe-Bosaso? «No. Non ne ho mai sentito parlare.» Nemmeno di un traffico illecito di rifiuti? «Di questo sì. Ci sono molte persone che si ammalano e bambini che nascono già malati. So di pesci morti, trovati in mare e sulla spiaggia. E si pensa che tutto sia dovuto all'inquinamento.» E tu, dopo tutti questi anni passati qui, che idea hai dell'Italia? «Gli italiani mi piacciono. Sono persone aperte, intelligenti e di compagnia. Non ho mai subito episodi di razzismo, poi certo, ovunque ci sono razzisti e ignoranti, anche al mio Paese. Ho visto belle città come Roma, Firenze, Torino, l’Italia è bella, ma a livello di diritti non è il massimo per chi vi si trasferisce. Ma il problema esiste anche per gli italiani stessi: a livello politico dovrebbero essere presi dei provvedimenti per alzare la media della qualità della vita e assicurare l’occupazione. Nessun italiano dovrebbe essere costretto a lasciare il suo Paese per poter lavorare. Ho sentito che le cose andavano meglio quando c'era la lira...»  Qui tocchiamo un tasto dolente… come si dice, si apre il vaso di Pandora. Lasciamo stare per questa volta! Che dici? «Ah-ah-ah! Va benissimo.» Ti pongo un' ultima domanda: come si fa a resistere tutto questo tempo lontani dalla propria moglie e dai propri figli? Cosa ti dà la forza di andare avanti? «Rispondere a questo è molto difficile. È la speranza che ho messo nel cuore a farmi andare avanti. Ho promesso a me stesso che un giorno staremo tutti insieme e spero che tra pochi anni sia davvero così. E poi c’è mia moglie, che mi dà forza e mi incoraggia, ci amiamo tantissimo.»

Augurandoci che questa famiglia possa ricongiungersi al più presto, come spera e merita, riteniamo sia il caso di darvi qualche spiegazione sulle domande fatte al nostro studente e amico. È impossibile, se si parla di Italia e Somalia, tralasciare un anno che ha portato dietro di sé una lunga scia maleodorante: il 1994. Scende in campo quello che la procura di Palermo ha descritto come un “sistema criminale”, con le sue alleanze, i ricatti, e i trasformismi. “Un colossale programma di smaltimento di rifiuti tossico- nocivi e radioattivi con destinazione Africa, una gigantesca organizzazione per lucrare e riciclare denaro, scambiando anche armi con scampoli di territorio dove seppellire materiale inquinante: questo è il progetto Urano. E la Somalia è stato il paese “privilegiato” in cui spedire i rifiuti. […] La pista dei traffici Somali del progetto Urano ci porta in Italia. È qui che agisce un variegato comitato di affari, nel quale operano da un lato alcuni potenti uomini politici e signori della guerra somali, allo scopo di indirizzare l’esito politico della guerra civile nel paese africano; dall'altro imprenditori e colletti bianchi interessati a lucrare sullo scambio armi-rifiuti. Ma i registi della vicenda sono altri: personaggi legati alla loggia P2, di Gelli e Pazienza, e uomini di primo piano di Cosa Nostra.” (1994. L’anno che ha cambiato l’Italia, 2014, Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari.)

L’uccisione della giornalista Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin, assassinati il 20 marzo del ’94 a Mogadiscio, è nota. dopo vari sabotaggi, piste sbagliate, innocenti condannati e domande rimaste in sospeso, la verità non è mai venuta a galla. Forse i giornalisti erano finiti ad indagare su qualcosa che non doveva essere rivelata? Magari l’attenzione di Ilaria e Miran era rivolta su una nave, la Farah Omar, uno dei sei pescherecci della flotta Shifco, donati dalla cooperazione italiana al governo somalo. Anche su questo in Italia si indaga, perché forse accanto al pesce , o al suo posto, c’era dell’altro: armi e rifiuti. O forse i due sono stati vittima di un attentato per vendetta contro l’esercito italiano? Ci sono varie ipotesi. Non dimentichiamo che Hashi Omar Hassan, il somalo che ha scontato quasi 17 anni di carcere per il loro assassinio, al tempo del suo arresto ingiusto, era giunto in Italia proprio per denunciare le violenze del nostro esercito in Somalia. Anche su questi crimini di guerra è calato il sipario, nonostante esistano prove come testimonianze e fotografie.

La grande povertà e l’instabilità politica rendono la Somalia oggi uno degli Stati più poveri del continente africano, ma vogliamo concludere questo racconto di sofferenza e distruzione, parlando di una cosa che da sempre porta bellezza, ristoro e pace al genere umano: la Poesia. Infatti, dal punto di vista culturale, la principale produzione artistica della Somalia era quella poetica; trasmessa oralmente all'interno dei gruppi nomadi,fino al 1972 non aveva una produzione scritta. La Poesia somala ha stili molto variegati, è recitata ancora oggi durante riti cerimoniali importanti e vanta un grande numero di poeti. Come Raage Ugaas, da cui abbiamo preso in prestito i versi per il titolo di questo viaggio. 

E adesso, con le parole di Tiziano Terzani vi salutiamo e vi diamo appuntamento alla prossima puntata di questa rubrica: "L' unico modo di resistere è ostinarsi a pensare con la propria testa e soprattutto a sentire col proprio cuore."

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