• Elisabetta Crisponi

I viaggi di Gulliver. RICHIAMARE L’UOMO ALL'ESSENZIALE

di ELISABETTA CRISPONI


"Ho vissuto per vari anni in Africa. Ci sono andato per la prima volta nel 1957. Poi, nei successivi quarant'anni, ho approfittato di ogni occasione per tornarvi. L'ho girata in lungo e in largo. Evitando gli itinerari ufficiali, i palazzi, i personaggi importanti e la grande politica. Preferivo viaggiare su camion di fortuna, percorrere il deserto con i nomadi, farmi ospitare dai contadini della savana tropicale. La vita di questa gente è una fatica, un tormento che tuttavia sopporta con incredibile serenità e resistenza. Questo non è un libro sull'Africa, ma su alcune persone che vi abitano, sui miei incontri con loro, sul tempo trascorso insieme. È un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un vero e proprio oceano, un pianeta a parte, un cosmo eterogeneo e ricchissimo. È solo per semplificare, per pura comodità, che lo chiamiamo Africa. In realtà, a parte la sua denominazione geografica, l'Africa non esiste." [Ryszard Kapuściński,1998, Ebano].

Gulliver va di nuovo lontano. Ma stavolta con lui ci sarà un accompagnatore d’eccezione! Si tratta di Piergiuseppe Cattide, un giovane di 30 anni che viene da Nuoro. Tramite la sua esperienza in Africa, che consiste in due missioni in Kenya, racconteremo questa Nazione. Sulla scia di Kapuściński, non intendiamo citare date o un susseguirsi di avvenimenti politici, ma solo una storia di bellezza e speranza tra chi ha ben poco da sperare.





Come nasce il desiderio di partire in missione? «Non sei tu a sceglierla, è la missione che sceglie te. Tante volte ho pensato di voler fare un' esperienza di questo tipo. Ricordo che, quando da bambino sentivo parlare una persona di famiglia delle sue missioni in Sud America e in Africa, ne rimanevo come stregato. Lo stesso accadeva quando nell' Istituto Superiore che frequentavo, il Liceo Linguistico allora gestito dalle suore, ci proponevano degli incontri con missionari di tante parti del mondo e io, che a scuola ero decisamente distratto e casinista, rimanevo incantato davanti a quelle facce cosi rilassate, cosi piene di gioia! Pensavo cosa mai poteva renderle cosi felici, cosi entusiaste, cosa poteva suscitare in loro la missione tanto da renderli così sereni. Poi crescendo ho capito che ognuno di noi ha dei doni ed è giusto condividerli col prossimo. Così, finalmente mi sono deciso a butarmi in questa avventura».


Parlaci del progetto Together for Africa. «Together for Africa è un progetto nato con unicamente la finalità di aiutare i bambini che vivono in condizioni di estrema povertà. TFA vuole dare il suo contributo per garantire un alloggio, del cibo, un'istruzione e un sostegno che permetta loro di vivere una vita dignitosa. È stato scelto il Kenya come prima tappa, decidendo di appoggiare l'associazione AVSI nei progetti che da 33 anni porta avanti nelle aree più vulnerabili del Paese. Durante i miei due soggiorni lì, nel 2019 e nel 2020, sono stato impegnato come volontario nei centri dove AVSI porta avanti progetti sull' educazione con focus sui bambini e corsi di formazione per insegnanti, costruzione di scuole e formazione professionale, protezione e rafforzamento economico delle famiglie con bambini orfani, assistenza sanitaria e lotta all' AIDS, ausilio ai rifugiati, sviluppo del business, imprese sociali e sicurezza alimentare in quindici contee».


È anche un progetto di adozioni a distanza? «Assolutamente sì. Abbiamo avviato anche una campagna di raccolta fondi con vendite di beneficenza, progetti con professionisti sanitari, sportivi e associazioni di volontariato finalizzati al finanziamento del progetto».


Cosa hai visto in Kenya? «Nei miei due soggiorni in Kenya ho trovato un popolo distrutto dalla colonizzazione degli europei, da una politica che ha fatto, come in tanti Paesi, solo i propri interessi. Europei che non solo si son portati via tutte le ricchezze, ma si son fatti padroni riducendo centinaia di migliaia di persone in schiavitù. Siamo nel Terzo Millennio e in questo Paese troppe persone lavorano con orari indefiniti e paghe che non raggiungono l' equivalente di venti euro mensili. E questi possono considerarsi fortunati, perché c'è chi per sopravvivere deve prostituirsi, rubare, uccidere».





“L’Africa è così vicina. Eppure l’uomo nero ci fa paura. È difficile che noi in Europa comprendiamo la migrazione africana se non conosciamo il presente dell’Africa, e la storia degli ultimi cinque secoli che ci lega a quel continente. È difficile se non capiamo cosa è stata e cos'è casa loro. Dobbiamo partire dallo schiavismo, che è stato un fenomeno traumatico per gli africani. A Korogocho, in Kenya, dove ho vissuto molti anni, sentivo costantemente il profondo senso di rifiuto di se stessi che hanno gli africani. A causarlo non sono stati solo i bianchi cristiani, ma anche gli arabi musulmani. È un rifiuto che deriva dall'essere stati schiavi, dall'essere stati venduti, umiliati. Non dobbiamo dimenticarci che dieci milioni di persone sono state portate verso l’America come schiavi e altre dieci verso l’Oriente. Questo è stato il primo problema, la prima forma di sopraffazione: lo schiavismo.” (Alex Zanotelli, 2018, Prima che gridino le pietre).

Continua il tuo racconto. «Ho trovato bambini senza le scarpe ai piedi, alcuni senza vestiti, molti di questi denutriti. Bimbi che vivono in baracche 2mtx2, fatte in lamiera o addirittura di fango. Ti scordi la tecnologia, TV, lavatrici e asciugatrici, microonde o frigorifero, smartphone o PlayStation; ma scordatevi anche letto, divano, coperte, tavolo, sedie, posate e bicchieri. Scordatevi il bagno, tre pasti al giorno o di poter bere dell' acqua che non sia piovana o portata lì da mamme stremate da chilometri percorsi con taniche sulla schiena. In quei posti la gente non soffre il dover stare a casa per un qualsiasi virus che rischia di ucciderli. Lì non hanno di che vivere eppure insegnano cose che noi altri non siamo capaci di trasmettere. Ho imparato i valori veri da bambini affamati e scalzi che ti incontrano per strada e, prima di chiedere un pezzo di pane o qualche moneta, ti chiedono col sorriso stampato in faccia “Come stai?”».


Cosa è cambiato in te? «Il contatto con questa realtà ha portato alla luce tanti aspetti della mia persona finora rimasti nell'ombra. Tutto d' un tratto metterti "alla pari" con chi dalla vita ha ricevuto solo bastonate diventa la normalità. All'improvviso sei tu che ti senti strano e fuori luogo per modi di fare o semplicemente di pensare. Ti senti inadatto, ti senti egoista perché hai vissuto la tua vita ignaro di ciò che succede in certe parti del mondo e di come noi occidentali ci siamo portati dietro una pesante eredità in quei posti, quella di avidi e malvagi».


Quali episodi ti hanno colpito di più? «Ho conosciuto tante mamme giovanissime e praticamente nessun padre. Bambini che a nove anni sono già alcolisti o tossicodipendenti. Si prostituiscono per vivere o per la droga, devono stare svegli per sfuggire al traffico d’organi. Ho apprezzato la gentilezza dell’ospitalità nel bel mezzo di un terribile temporale, la calma del falegname con cui lavoravo, che mentre distruggevo interi mobili mi diceva “Non importa, il prossimo ti verrà meglio”. Un'esperienza forte è stata quella al Cottolengo. Spesso i bambini con infermità fisiche o mentali vengono abbandonati per strada, nelle pozzanghere».



C’è una persona a cui ti sei affezionato particolarmente?  «Nella seconda missione ho ritrovato tutti quei sorrisi che ho sempre portato con me fin dalla prima volta. Bryan è il ragazzo che più mi sta a cuore. È stata un'emozione bellissima rivederlo. Ricordo quando la scorsa estate, dopo la fine del semestre, doveva ritornare dalla sua "famiglia". Non sorrideva più, non voleva tornare nei posti che gli avevano rubato la gioventù. Per lui quell'esistenza violenta non era vita. Un giorno si era confidato con me, raccontandomi ogni sopruso. Mi mandò il cuore in frantumi. Ho promesso a me stesso che avrei avuto cura di lui come un fratello. Quando ci siamo rivisti eravamo una cosa sola negli sguardi, nei gesti, negli abbracci. Quello che è riuscito a darmi Bryan non si piò spiegare. Mi mancano tutti da morire».




Oggi, dopo questa esperienza, quel bambino seduto tra i banchi di scuola che eri, ha capito il perché della serenità di quei missionari? «Credo, a distanza di più o meno quindici anni, di avere la risposta. Ho pensato tanto ai miei soggiorni africani, a quanto mi son sentito veramente vivo, a quanto mi sono rivisto nel volto di quei missionari. Ho pensato a ciò che vorrò farne del progetto Together for Africa e a quanto è effettivamente cresciuto il desiderio di conoscere le zone in cui esistono una serie di problematiche, come le malattie e le epidemie, la fame e la guerra. Non so se è per senso del dovere o perché è troppo vero e forte ciò che mi ha lasciato dentro. Ho idea di conoscere tante nuove realtà e nel mio/nostro piccolo finanziarle. Vorrei conoscere la casa AVSI per la comunità in Libano, la scuola agricola in Amazzonia, gli ospedali aperti e gli sfollati siriani. Insomma, vorrei conoscere e potermi mettere al loro servizio perché il battito umano è lo stesso in tutto il mondo».


Cosa insegna l’Africa? «Credo che il mondo nel quale viviamo ci porti inevitabilmente a vivere una vita in cui siamo quasi prigionieri della realtà che ci circonda, dimenticandoci di cosa realmente sia essenziale. Ecco, l'Africa penso abbia questo grande potere: richiamare l' uomo all'essenziale e alla riscoperta dei valori perduti. La mia non vuol essere una lezione di vita al mondo, anche perché ho solo da imparare, ma chiamiamole più semplicemente nuove consapevolezze».



E con il rumore del battito del cuore di Peppe e dei suoi bambini, che pulsa insieme a quello di tutto il mondo, chiudiamo questa puntata citando un altro "bimbo" che molto tempo fa discese sul nostro pianeta: il Piccolo Principe. "Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi."

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