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L'APPELLO (THE ROLL CALL)

Ricordando...

Anno 2018-2019, sede secondaria, novembre


La richiesta di tenere chiusa la porta, all'ingresso della scuola, è scritta in undici lingue e quattro alfabeti diversi.

Per fortuna a chiudere la porta alle mie spalle ci pensa il collaboratore scolastico che si occupa di tenere pulita la scuola, e che chiameremo Willie (sì, come il giardiniere nella scuola di Bart e Lisa Simpson!): è lui a spiegarmi in quale classe devo andare, dove sono i registri, quali discipline ci si aspetta che io insegni.

Mi trovo in una delle nove sedi secondarie della scuola dove ho insegnato anche l'anno scorso.

La scuola è rivolta a studenti di recente immigrazione allo scopo di dare loro un diploma di terza media riconosciuto dall’Unione Europea. I fondi (sufficienti) sono statali, la burocrazia (troppa) e la normativa (confusa) sono quelle stabilite dal Ministero per la Pubblica Istruzione.

L'anno scorso ero nella sede centrale e avevo due classi, ognuna delle quali composta da circa trenta studenti, tra maschi e femmine. Tutti stranieri, tutti approdati nel nostro Paese da pochi mesi dopo un viaggio che pochi hanno la forza di raccontare. C'è chi ha 16 anni e chi ne ha compiuti 60.

Entro in classe.

Mi presento e poi, aprendo il registro, chiedo agli studenti di presentarsi a loro volta.

A differenza degli studenti che avevo l’anno scorso e che erano quasi tutti africani o mediorientali, qui incontro anche tanti ragazzi provenienti dal centro e dal sud America. Una buona percentuale è data anche da uomini dell’Africa nera, mentre i rimanenti sono egiziani o mediorientali.

Quello che non è diverso rispetto agli studenti che ho incontrato l’anno scorso, invece, è il fatto che sono quasi tutti uomini, mentre le donne sono meno numerose ma anche meno timide.


Iniziamo subito la prima lezione.






THE ROLL CALL

Recalling…

School year 2018/2019, secondary building, November (First class)

At the main entrance, the request to keep the door closed is written in eleven languages and four different alphabets.

Luckily the janitor (we’ll call him Willie, like the groundskeeper in the Simpsons!) closes it behind me and provides help: he tells me about which classroom I have to go to, where the school register is, which subjects I’m supposed to teach.

I just entered one of the nine branches of the school where I taught last year.

This school is specifically addressed to newly arrived immigrants to enable them to get a middle school degree that is valid in the European Union. The State funding is sufficient, as well as the bureaucracy (too much), but the current regulations are incomplete, vague, and mixed up, laid down by the Ministry of Education.

Last year I worked in the central building, across town, with about sixty students between the ages of 16 and 60. They were all foreigners, they all arrived in Italy a short while ago, after a journey of hope that few of them dare to speak about.

I walk into the room where my new students are waiting for me.

I introduce myself and ask them to do the same in turn.

Like last year, the students are all foreigners and they come from Africa, South and Central America, Eastern Europe, Middle and Far East. Like last year, women still are outnumbered by men… but they are also less shy.


Let’s start our first class!


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