• A porte Schiuse

LA TESSERA PER IL TRASPORTO PUBBLICO (PUBLIC TRANSPORT CARD)

Ricordando…

Anno scolastico 2017/2018, sede principale, marzo


C’è chi di migrazioni ne ha fatte molte, e se le porta tutte sotto la pelle.

Ha quasi sessant’anni la donna che ho di fronte in questo momento. È regolarmente residente in Italia da anni, parla un italiano perfetto e non avrebbe bisogno di frequentare la nostra scuola. Ma di cambiamenti nella sua vita ne ha vissuti tanti, talmente tanti che uno in più non le fa paura: “Voglio cambiare lavoro”, mi spiega.

Per ora sta lavorando come badante per due famiglie, ma la sua passione è per la finanza: parla dell’andamento della borsa con la stessa foga con cui un tifoso della Roma parla del campionato di serie A, e cerca lavoro in quell’ambito senza perdersi d’animo.

È nata in Bolivia, ma non vi è rimasta a lungo. Era ancora bambina quando, con la sua famiglia d’origine, si è trasferita in Paraguay. Racconta quel primo viaggio: l’ha fatto a piedi, senza auto né pullman, portandosi in spalla tutto quello che la sua famiglia possedeva. Da Puerto Sucre a Estancia El Dorado: GoogleMaps dice che distano 139 km e che a piedi ci vogliono 28 ore. Lei dice che ci hanno messo cinque giorni. Ma non è al tempo che penso: si sono portati tutto a spalla. O avevano spalle davvero forti, o le cose che avevano da portare non erano molte.

Lei rimane sul vago, ricorda solo che è stata una faticaccia: si intravede la bambina che è stata, e lei non fa niente per nasconderla.



Dal Paraguay all’Italia è venuta anni dopo, da adulta, con il marito e i figli. Prima di partire lei e suo marito hanno dovuto vendere le fedi nuziali per curare una malattia del figlio. “Adesso lui è grande e mi ha ricomprato l’anello, sono felice!”

La ascolto senza fare domande: con il carattere che le ho conosciuto in questi mesi, so che sarebbe inutile. Dice soltanto quello che vuole dire.

Basta poco per capire che non sta raccontando per il gusto di raccontare; vuole dire qualcosa di preciso. Si sta rivolgendo non a me ma ai suoi compagni di classe, vuole mandare loro un messaggio.

“Quando sono arrivata in Italia, mia sorella mi ha accolto dicendo che c’era solo una cosa che dovevo fare subito: pagare la tessera per il trasporto pubblico. E con quella andare in giro a cercare lavoro e non fermarmi fino a che non l’avessi trovato. Guai ad andare in Caritas, per dignità e perché la carità va lasciata a chi non può provvedere a se stesso. Io invece potevo provvedere a me stessa e alla mia famiglia, perché ero in grado di lavorare. E sono in grado ancora adesso, infatti non chiedo niente a nessuno. Ma voglio il lavoro che mi piace”.

Aggiunge:

Alcuni migranti quando arrivano in Italia fanno cose brutte, cose che un paese che accoglie non merita. Si comportano peggio di come si comporterebbero se fossero nel loro paese, secondo me perché là le pene sono più gravi che in Italia. La dittatura fa rispettare le leggi meglio della democrazia, è più efficiente! Però è dittatura: un modo di vivere terribile.

Bisogna imparare a rispettare le leggi anche se si vive nella democrazia: non per paura dello Stato ma per rispetto. È questo che le persone come me devono imparare se chiedono di vivere in Italia. Non tollero che noi migranti non abbiamo rispetto per l’Italia che ci ospita. Sono cose piccole, ma importanti. Come pagare la tessera per il trasporto pubblico e non salire sull’autobus senza timbrare il biglietto”.

Sono le sue parole, le trascrivo senza commentare. Questa volta sono io a lasciare le Porte Schiuse. Questo è quello che lei ha voluto dire ai suoi compagni di classe, migranti come lei. Il dialogo è tra loro, io non intervengo.

Ma c’è anche qualcosa che la donna vuole dire a me - e a te che stai leggendo questo blog: “Prof, ho una domanda. Ieri ho ascoltato il telegiornale in televisione e hanno detto che i migranti sono un grosso problema per l’Italia. Mi dici perché io sono un problema? Cosa fa di me un problema?”.




PUBLIC TRANSPORT CARD

Recalling…

School year 2017/2018, main building, March


Some people experienced many migrations and carry them all under their skin.

I’m currently facing a woman who’s almost sixty. She has been a regular Italian resident for years, speaks perfect Italian and honestly doesn’t even need to attend our school. But she has lived many changes throughout her life, so many that one more doesn’t scare her: “I want to change job”, she explains.

She is working as a caregiver for two different families, but her passion is finance: she speaks about the stock market with the same energy of a soccer enthusiast discussing the championship, and she is not getting knocked down while looking for a job in the field.

She was born in Bolivia, but she wasn’t there long. She was still a child when, with her family, she moved to Paraguay. She tells of that first travel: it was by foot, no cars or buses, carrying on their backs everything they owned. From Puerto Sucre to Estancia El Dorado: Google Maps locates them 139 km [86 miles] apart, 28 hours by foot. She says they took five days. I’m not thinking about the time it took: they carried everything themselves. It’s one of two things: they either had very strong shoulders, or they didn’t have much to carry at all.

She remains vague, and just remembers it was incredibly tiring: you can see the kid she once was, and she is not hiding it.

From Paraguay she came to Italy many years later, as an adult, with her husband and children. Before leaving, they sold their wedding rings to provide medical care to their son. “Now he’s all grown up and bought back the ring for me, I’m happy!”

I listen without asking questions: I know it would be useless from the character I learned during these months. She only says what she intends to.

It doesn’t take long to understand she is not telling me her story just for the sake of sharing: she is saying something very specific. She is not talking to me as much as to her classmates, she wants to send them a message.

“When I came to Italy, my sister welcomed me saying there was only one thing I needed to do immediately: pay for my public transport card. And with that card, go look for a job and not stop until I found one. Going to Caritas was not acceptable, because of dignity and because charity is for those who can’t provide for themselves. I could provide for myself and my family, because I was able to work. And I’m still able, in fact I am not asking for anything to anybody. But I want a job I like”.

She adds:

“Some migrants do bad stuff when they arrive in Italy, things that aren’t deserved by a country that welcomes them. They behave worse than they would in their home country, probably because punishment is more severe there. Dictatorship is much more efficient than democracy in enforcing the law. Nonetheless, it’s dictatorship: a terrible way to live.

We must learn to respect the law even in democracy: not because of fear of the State but because of respect. This is what people like me must learn if they want to live in Italy. I don’t tolerate the fact that us migrants don’t respect the country that is hosting us. They are small things, but they are important. Like paying the public transport card and not taking the bus without paying the fee”.

I transcribe these words of hers without a comment. This time, it is me leaving the door ajar. This is what she decided to say to her classmates, migrants like her. It’s their conversation, I don’t intervene.

But there is something she wants to say to me as well – and to those reading this blog: “Prof, I have a question. Yesterday I watched the news and they said migrants are a huge problem for Italy. Can you tell me why I’m a problem? What makes me a problem?”

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