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POLITICAMENTE SCORRETTO? (I WANT TO KNOW WHAT TRUMP SAYS)

Ricordando...

Anno 2017-2018, sede secondaria, dicembre (Italiano)


“Prof., voglio sapere cosa dice Trump”.

A parlare è un ragazzo messicano di diciannove anni che prima di venire in Europa è stato respinto al confine con il Texas, come tanti altri.

Dal Messico all’Italia, sfiorando gli Stati Uniti, e adesso il ragazzo ha fatto ancora un passo in più: dalla porta della scuola verso di me.

“Voglio sapere cosa dice Trump”. La sua voce è come lo sguardo: la rabbia c’è, ma c’è anche molto altro.

Il mio orario nella sua classe inizia fra dieci minuti: sufficienti perché io mi decida a lasciar perdere, per un giorno, il programma ministeriale. Esco dalla scuola, compro due quotidiani, rientro in classe.

Amo l’improvvisazione, è vero, ma non ho idea di come sia giusto svolgere una lezione che ha per argomento quello che ha detto oggi il presidente degli Stati Uniti.

Una premessa sul metodo: “Quando vi ammalate, da chi andate?”

“Dal medico!”

“Perché non dal parrucchiere?”.

Ridono. Rido anch’io.

“Perché se volete ricevere una risposta intelligente, dovete chiedere a chi conosce bene quello di cui volete parlare. Quindi se volete sapere cosa succede nel mondo non potete chiederlo a qualsiasi sito internet o ai social network, senza domandarvi se vi potete fidare. È meglio chiederlo ai giornalisti, che sono le persone che per lavoro passano tutto il giorno a tentare di capire cosa succede nel mondo e cosa dicono i politici”.

Spiego che ci sono tanti giornali, telegiornali, radiogiornali, libri e programmi televisivi di attualità. Smembriamo insieme i quotidiani e ognuno ne riceve una pagina. Il compito che affido ai miei studenti è quello di confrontare tra loro i due giornali per capire se magari stanno raccontando in modo un po’ diverso la stessa giornata.

La pagina di cronaca è tra le mani di un ragazzo nato in Guinea, nell’Africa nera, che scova immediatamente la notizia che più gli interessa:

Diminuiscono gli sbarchi, aumentano le ostilità, è il titolo.

“Cosa significa ostilità?”, mi chiede.

Glielo spiego. Spiego anche cosa significa la parola sbarchi, ma non è necessario. In fondo non era necessario nemmeno spiegare cosa significa ostilità.

Mi viene un’idea. Esito. Ma forse è necessario. Forse no. Non lo so, ma so che non posso far finta di non aver colto cosa mi stanno chiedendo davvero. Dico che quello dei flussi migratori è un problema reale, e al di là delle opinioni dei vari politici al governo la gestione degli sbarchi crea problemi immensi sia nell’immediato sia sul lungo termine. Problemi che non è detto che l’Italia sia in grado di gestire e che comunque non è giusto che sia lasciata da sola a fronteggiarli. Parliamo di Europa. Parliamo di America. Parliamo di mar Mediterraneo e parliamo del confine tra Messico e Stati Uniti. Parliamo di alcuni nomi, non soltanto quello di Trump. Mi chiedo se sto facendo bene. Forse sì, forse no.

I miei studenti danno della migrazione clandestina un giudizio che è più duro di quello che darei io: chi non rispetta le regole italiane va rimpatriato senza una seconda possibilità. Discutiamo. La discussione si fa accesa. La porta dell’aula, verso il corridoio, è completamente chiusa: oggi la lascio così.

Suona la campanella, l’ora è finita. I ragazzi escono dall’aula, ancora discutendo. Io resto seduta dietro la scrivania, per firmare il registro. Devo scrivere di cos’abbiamo parlato oggi a lezione. La mia mano esita, consapevole che la lezione che si è appena conclusa ha più volte clandestinamente varcato i confini del politicamente corretto e della didattica ministeriale, che giustamente chiede una rigorosa neutralità.

Il fatto è che mentre discutevamo io non ho avuto l’impressione di parlare di politica, ma della vita di trenta persone che stanno nella stessa stanza dove sto io.
Il fatto è, anche, che ho l’impressione che i riflettori della politica illuminino molto bene l’immigrazione (fenomeno astratto) ma non illuminano altrettanto bene l’immigrato (persona in carne e ossa). Il fatto è che sotto le luci al neon dell’aula dove mi trovo ora non ci sono i microfoni dei grandi comizi elettorali ma le voci rozze di chi chiede il perché di un muro che gli è stato messo davanti. Il fatto è che la politica può fare molto, nel bene e nel male, ma non tutto.


POLITICALLY INCORRECT?

Recalling…

School year 2017-2018, secondary building, December (Italian)

“Prof., I want to know what Trump says”.

Who’s speaking is a Mexican kid, 19 years old, who, before coming to Europe, was rejected at the border with Texas, like many others.

Mexico to Italy, brushing against USA, and now he took a step further: from the school doors towards me.

“I want to know what Trump says”. His voice matches his stare: I see anger, but much more than that too.

My hours in his classroom start in 10 minutes: enough for me to scrap the planned subjects, just for today. I go out, buy two newspapers, go back inside.

I love to improvise, it’s true, but I have no idea how to teach a whole class revolving around what the US president has said today.

A premise on the methodology: “When you get sick who do you call?”

“A doctor!”

“Why not a hairdresser?”

They laugh. I laugh with them.

“Because if you’d like to hear an intelligent answer, you should ask whoever knows best what you intend to ask about. Therefore, if you’d like to know what’s happening in the world, you can’t just ask a random website or social network, without stopping to think if you can trust them. It’s better to ask journalists, whose job is trying to decipher what goes on in the world and what politicians are talking about”.

I explain there are many different newspapers, tv news channels, radio news and books.

We dissect the newspapers I got and everyone gets a page. Today’s task is for them to compare the two and understand if they are narrating a slightly different day.

The world news page ended up in the hands of a kid from Guinea, who immediately seeks out the news he most cares about:

Less immigrants disembarkations, more hostility, the title reads.

“What does hostility mean?”, he asks.

I explain. I also explain what disembarkation means, but it’s not necessary. After all, it wasn’t even necessary to explain hostility.

I have an idea. I hesitate. But it may be needed. Maybe not. I don’t know, but I can’t pretend not to have understood what they are actually asking of me. I say that migratory fluxes are a real problem, and whatever politicians might have to say about it, their management is causing huge problems in the short and the long term. Italy might not even be capable of solving these problems, and most certainly it’s not right that it has to deal with them on its own. We talk about Europe. We talk about America. We talk about Mediterranean Sea and the border between US and Mexico. We name a few people, not only Trump. I ask myself if it’s the right thing to do. Maybe, maybe not.

My students judge clandestine immigration much more harshly than I would: whoever doesn’t respect Italian laws must be sent back without possibility of appeal. We discuss about that. The debate heats up. The door to the corridor remains closed, for today.

The bell rings, class is over. The students leave, still discussing. I stay behind because I need to compile the register. I must summarize the class topic. I hesitate, knowing that this past class has crossed a lot of lines, of politically correct and ministerial guidelines, which asks of us a rigorous neutrality, and rightfully so.

The matter is that as we were talking, I did not have the impression to be discussing politics, but instead about the lives of the thirty people sharing space with me.
Moreover, I am under the impression that politics’ spotlight can very well highlight the abstract phenomenon of immigration, but not as well the immigrant as a person of flash and bones. The thing is that the classroom neon lights aren’t illuminating the microphones of a political meeting but the rough voices of who asks why a wall was built in front of them.
The matter is that politics can help a lot (or do a lot of harm), but it can’t do everything.

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