• A porte Schiuse

SOLO "LEI" (JUST BY BEING POLITE )

Ricordando…

Anno scolastico 2017/2018, sede principale, maggio (intervallo)


Nel corridoio della scuola, durante la pausa tra una lezione e l’altra, sto bevendo un caffè con un gruppo di studentesse. Un ragazzo di un’altra classe ci si avvicina timidamente, ma un sorriso emozionato gli illumina il volto, creando un bel contrasto tra il bianco dei denti e il nero della pelle.

Le ragazze intorno a me si zittiscono: è evidente che lui ha qualcosa da dire e una gran voglia di parlare.

Mi guarda. E poi la sua voce ci investe come una scarica di energia:

“Prof! Il capo del cantiere dove lavoro si è accorto che ho imparato a dargli del lei!! Adesso gli dico ‘Buongiorno’ alla mattina, ‘buonasera’ quando è buio e ‘arrivederci’ quando vado via! Ieri mi ha sgridato perché diceva che ero in ritardo, ma non era vero, e io gli ho risposto: ‘Era stato lei a dirmi di venire a quest’ora, si ricorda?’ E lui allora non mi ha più sgridato! Anzi, ha detto che avevo ragione io e lui si era confuso. Poi mi ha perfino chiesto come mi chiamo!!”

Sono perplessa. Gli leggo negli occhi un’euforia sproporzionata rispetto all’episodio che mi ha raccontato, che dopo tutto mi sembra piuttosto marginale.

Capisce che non capisco, e con pazienza mi spiega:

“Prof, è importante! Lavoro per lui da un anno e non mi aveva mai chiesto come mi chiamo! Mi ha rimproverato tante volte, anche quando non sbagliavo niente, e io non ho mai potuto rispondere perché mi diceva che non posso parlargli come gli parla suo fratello. Allora stavo zitto. Adesso invece è cambiato tutto! Gli ho dato del lei e lui mi ha ascoltato, mi ha dato ragione e si è perfino interessato al mio nome! Prof, è bellissimo!! Sono davvero felice!”

Che dire? Niente.

Il compito di questa scuola è insegnare la lingua italiana agli stranieri, la sfida è insegnare a respirare l’aria di questa nostra nazione, il sogno è insegnare a usare le parole come alleate per costruirsi un’identità non lacerata, e per ottenere e pretendere dignità.

Il mio lavoro è di dare le parole a chi ancora non le ha, ma in questo momento è a me che mancano.

Sono bastate le sue a dare senso a tutto l’impegno che ci stiamo mettendo, i miei colleghi e io, per insegnare la lingua italiana a questo nostro studente nato in Benin e arrivato in Italia 13 mesi fa.

Sono bastate le sue parole a restituirci il senso del perché abbiamo scelto di essere insegnanti e del perché questa scelta ci piace così tanto, ogni giorno.

A volte, come oggi, bastano davvero poche parole. Anche il nome, dopotutto, è composto da una sola parola ma racchiude la dignità di una persona.





JUST BY BEING POLITE *

Recalling…

School year 2017/2018, main building, May (Recess)


In the school’s hallway, during a pause between classes, I’m having coffee with a group of female students. A man from another class timidly approaches, but an excited smile lights up his face, creating a nice contrast between the white of the teeth and the black of the skin.

The girls around me get quiet: it’s evident he has something to say and a great desire to speak.

He looks at me. And his voice hits us like a rush of energy:

“Prof! The boss of the construction company I work at noticed I learned to address him formally, because I say him “lei”! Now, I say ‘Good morning’ in the morning, ‘Good evening’ when it’s dark and ‘Goodbye’ when I leave! Yesterday he scolded me because he said I was late, but it wasn’t true, and I answered: ‘It was you [lei/she!!] who asked me to come at this time, do you remember?’ And he stopped scolding me! He even said I was right and that he got confused. Then he even asked for my name!”

I am perplexed. I read in his eyes a euphoria that sounds disproportionate to the episode he just narrated, which doesn’t sound too relevant to me.

He understands I don’t understand, and patiently explains:

“Prof, it’s a big deal! I have been working for him for a year and he never asked what my name was! He scolded me many times, even when I did nothing wrong, and I could never talk back because he said I can’t speak to him as if he were my brother. So, I stayed silent. Now everything has changed! I spoke in a formal tone and he listened to me, he said I was right and even cared to learn my name! Prof, that’s so awesome! I’m really happy!”

What can I say? Nothing.

The aim of this school is to teach Italian to foreigners, the challenge is to teach the ways of this country, the dream is to teach them to use words as allies to build an identity that is not fragmented, to demand and obtain dignity.

My job is provide words to those who don’t have any yet, but in this moment I am at a loss for words.

His were sufficient to give a purpose to the effort my colleagues and I are putting into this, into teaching Italian to this student born in Benin who came here 13 months ago.

His words were enough to give a reason to the choice of becoming teachers, and it is why we enjoy this so much, every day.

At times, like today, a few words are enough. Someone’s name, after all, is a word too, and encompasses the dignity of a person.


* Differently from English, Italian language wants that you can speak only to your relatives and friends with the second singular person. In Italy - as in Germany - to speak in a polite way with men and women which are not close to you, you have to use address forms like they are “She”. https://bit.ly/BePoliteInItalian

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