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SOTTO I RIFLETTORI (UNDER THE SPOTLIGHT)

Ricordando...

Anno 2017-2018, sede centrale, dicembre, supplenza (italiano)


Una mia collega oggi mi ha chiesto di sostituirla nella sua classe, composta da studenti che conosco solo di vista, e di farli esercitare nell’uso dei tempi al passato e sulla scrittura del tema. Per tenere insieme queste due esigenze, chiedo di scrivere un tema sui loro ricordi di quando erano bambini.

Mentre scrivono, giro tra i banchi e mi fermo qua e là con ciascuno di loro. Ognuna di queste infanzie meriterebbe d’essere raccontata, anche perché nessuna assomiglia alla mia. Tra tutte, però, scelgo di raccontarne qui soltanto una.

È l’infanzia di un ragazzo che nei corridoi della scuola ho visto sorridere spesso ma mai completamente, nato 29 anni fa in Sudan. Scrive raccontando la sua infanzia in una famiglia di contadini e di come un giorno, era l’estate del 2004, stesse giocando in strada con uno dei suoi fratelli minori. Era passata una jeep, poi un’altra e un’altra ancora. Scrive che tre macchine così – “grandi e belle, che facevano un rumore forte” – non si vedevano spesso, così lui (14 anni) e suo fratello (9) le avevano seguite correndo lungo la strada. Troppo. Dall’ultima delle tre jeep a un certo punto era comparso un fucile. Si vedeva solo quello dal finestrino: solo la canna del fucile, senza la mano che lo reggeva. Ma una mano ci doveva essere stata e aveva sparato, colpendo suo fratello. Il bambino è sopravvissuto, ma con gravi conseguenze e senza mai più tornare a correre.

"Voglio sapere chi era che ha sparato e perché. Vuole saperlo anche mio fratello", dice.

Almeno in questo, forse la scuola può aiutare. Facciamo una ricerca, insieme. Tutto quello che lui sa è che la sua famiglia abitava vicino a Nyala, nel Sud Darfur (Sudan occidentale). È poco, ma sufficiente. Cosa succedeva a Nyala nell’estate 2004? Chi c’era? A chi poteva appartenere la mano invisibile armata di fucile?

Cerchiamo in internet un brandello di spiegazione. Cerco di raccontare in breve una vicenda estremamente complessa e di cui io non ero (e non sono ancora adesso, in fondo) a conoscenza. A partire dal febbraio del 2003 in Darfur è esploso un conflitto tra un gruppo di miliziani arabi Janjawid e la popolazione della regione. Le autorità, pur negando ufficialmente di sostenere i Janjawid, pare abbiano fornito loro armi e assistenza per attacchi contro i gruppi etnici Zaghawa, Masalit e Fur. Il mio studente e suo fratello appartengono a quest’ultima etnia. Le stime delle vittime del conflitto variano ma la maggior parte delle ONG reputa credibile la cifra di 400.000 morti, citata anche dalle Nazioni Unite.

La vicenda è davvero complessa e impossibile da spiegare in poche parole. Quel che a me ora interessa raccontare è che in pochi istanti tutta la classe è stata coinvolta nella ricerca: tutti si sono impegnati a capire quali fossero le parti contrapposte, le cause del conflitto, la situazione attuale nell’area.

Quando suona la campanella nessuno ha terminato di scrivere il proprio tema, ma forse è successo qualcosa di meglio. Potremmo considerarla una lezione di storia che ha coinvolto attivamente tutta la classe, ma forse è qualcosa di ancora migliore.

È che dopo quindici anni lui ha intravisto una mano dietro quel fucile, ha puntato una telecamera, ha acceso i riflettori contro il buio dell’odio e della paura. Ha schiuso la porta su una verità che ha ferito lui non meno di suo fratello. Non ha scoperto né scoprirà mai chi sia stato a sparare (è ormai impossibile e forse inutile perfino chiederselo, mi dice) né tanto meno ha scoperto perché e come abbia potuto sparare contro un bambino che giocava. Ma ha dato un nome alla guerra, dopo quindici anni. Tutto qui. Non è un miracolo: suo fratello non tornerà a correre, altri bambini come lui non verranno risparmiati. Ma è meglio del buio. Forse. O forse no.

L’unica certezza me la da lui, uscendo dall’aula, nel suo italiano fantasioso ma fin troppo chiaro.

Quel che mi dice è che gli ci sono voluti quindici anni per provare – almeno provare – a immaginare i lineamenti del volto di chi ha sparato a suo fratello. Dice che vuole immaginare i lineamenti perché i lineamenti sono linee, contorni, confini. Limiti. Dice che immaginare queste linee è l’unico modo che ha per immaginare un contorno e un limite: una fine.


Giusto per capire di cosa stiamo parlando:

https://www.bbc.com/news/world-africa-26962187

UNDER THE SPOTLIGHT

Recalling…

School year 2017-2018, central building, substitute teaching (Italian)

A colleague of mine asked for a substitution today, with students I only know the faces of, and help them practice past tense verbs and essay writing. To combine these two requirements, I have them write an essay on their childhood memories.

As they write, I’m walking between the desks and stopping to assist everyone. Each one of these childhoods deserves to be narrated, more so because none is similar to mine. Between them, I choose to only report one here.

It belongs to a kid I have seen only half smile in the school corridors, born 29 years ago in Sudan. He tells about his early years in a family of farmers and about how one day in the Summer of 2004, he was playing in the street with his younger brother. Suddenly, they saw a Jeep, and another, and then another again. He writes that it was unusual to see three cars like those “big and beautiful, very noisy”, therefore his brother (9 years old) and him (14) had ran after them. Maybe a bit too much.

At one point, form the last Jeep’s window a shotgun had appeared. That’s all they could see from the window: just the barrel of a shotgun, without the hand that must have been holding it. But that hand had fired a shot and had hit his brother. The child survived, but with major consequences and he never was able to run again.

“I want to know who shot us and why. My brother wants to know as well”, he says.

At least in this, school may be able to help. Together, we all do some research. All he knows is his family resided near Nyala, in southern Darfur (West Sudan). It’s not much, but it’s enough. What was happening in Nyala in the Summer of 2004? Who might that invisible armed hand belong to?

We look for some kind of explanation on the internet.

I will try to summarize a very complex situation about which I did not (and still don’t) know much about. Starting in February of 2003, Darfur experienced the rise of a conflict between the Janjawid Arab militia and the native population. Authorities, though publicly denying their support to Janjawid, appear to have supplied them with weapons and assisted attacks towards Zaghawa, Masalit and Fur ethnic minorities. My student and his family belong to the last of these ethnicities. As far as victims of the conflict go, estimates are varied but most non-governmental organizations and the UN believe them to be around 400.000.

The situation is remarkably complex and impossible to further summarize. What I’d like to focus attention on is that all the class participated in the research: everyone made an effort to comprehend which factions were fighting, the causes for the conflict, the current situation in the area.

When the bell rings, no one is done with their essay, but maybe something even better came out of it. We might consider it an interactive history class, but somehow much more than that.

It’s just, after fifteen years, he got a glimpse of that shotgun-wielding hand, he turned the spotlight on against the darkness of hatred and fear. He held the door ajar on a piece of truth which harmed him and his brother alike. He probably will never discover the identity of the shooter (it’s now impossible and probably pointless, he says) nor he understood why and how he could shoot a child during play. But he gave a name to that war, after fifteen years. That’s all. It’s far from a miracle: his brother will not go back to running around, other children just like him will not be spared. But it’s better than complete darkness. Maybe. Maybe not.

The only thing that’s certain comes out of his mouth at the end of class, in his creative but clear Italian.

What he says is that it took fifteen years to even try to imagine the features of the person who shot his brother. He says he wants to imagine the features because features are lines, contours, borders. Limits. He says imagining these lines is the only way to imagine a particular line: an ending.


BBC:

https://www.bbc.com/news/world-africa-26962187


Darfur genocide:

https://combatgenocide.org/?page_id=93

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