• Elisabetta Crisponi

I viaggi di Gulliver. UN "NON-LUOGO" CHIAMATO AFGHANISTAN

di ELISABETTA CRISPONI

Eccoci qua, cari lettori! È giunto il momento del nostro nuovo viaggio. Oggi Gulliver farà con voi un’esperienza un po’ particolare, approdando in un Paese quasi dimenticato. Questa volta non abbiamo nessuna storia raccontata da uno dei nostri ragazzi, ma… se siete stati attenti e fedeli nel leggerci, vi ricorderete di un articolo pubblicato nel nostro Blog qualche mese fa, dal titolo “(AN)ALFABETI”. Ebbene, il protagonista di quell'episodio era un nostro studente afghano, ventinovenne, che ha deciso di rinunciare agli studi dopo essersi sentito umiliato davanti ai compagni a causa della sua condizione di analfabeta. Noi non abbiamo più avuto contatti con lui, e di questo ci rammarichiamo profondamente. Abbiamo però pensato di tentare di ricostruire la sua storia, attraverso quella del suo Paese, provando ad immaginare la sua vita per restituirgli dignità e affetto. «È una sconfitta, una battaglia persa prima ancora di iniziare a combattere. Anzi, è soltanto per me che è una battaglia: per lui è tutta la guerra». Queste le ultime parole dell’articolo che pubblicammo su di lui, ed è proprio dalla guerra che ripartiremo. Il 24 dicembre 1979 le truppe sovietiche hanno invaso l’Afghanistan, da quel momento la sua storia ha avuto per colonna sonora il valzer degli spari, il tip-tap della marcia degli eserciti e il tango delle lame dei terroristi. Da quarant'anni l’Afghanistan vive nella guerra e da tre generazioni consecutive i bambini crescono traumatizzati. In quarant'anni la popolazione è stata assassinata, torturata e mutilata.



"Qualcuno ha detto che in Afghanistan ci sono molti bambini, ma manca l’infanzia." [Il cacciatore di aquiloni, Khaled Hosseini, 2003].

Quanti bambini afghani saltano in aria sulle mine mentre vanno a scuola… quanti non ci vanno proprio. Questo dipende anche da una severa separazione tra la popolazione, divisa in ben nove etnie differenti: pashtun, tagiki, hazara, uzbeki, kirghizi, turkmeni, baluci, nur e aimaq. Pensiamo che, probabilmente, il nostro studente venga dalle zone rurali e, essendo analfabeta, non faccia parte dei pashtun, il gruppo egemone che racchiude il 42% della popolazione. Nonostante siano dediti all'agricoltura, sono comunque loro ad occupare i posti della scena politica e sono a maggioranza sunnita. Il nostro studente non farà nemmeno parte dei tagiki, Il 29% degli afghani a maggioranza sciita, supponiamo. Questo gruppo è stanziato a Nord-Est, dove si oppone ai talebani e parla il farsi, lingua che il ragazzo ha dimostrato di non conoscere in aula davanti ai tentativi della docente. Forse il nostro studente è un hazara (il 9% della popolazione), viveva al centro dell’Afghanistan ed è sopravvissuto nonostante la persecuzione subita dai talebani. Oppure fa parte dei baluci, abitava nelle aree desertiche al confine con l’Iran e, per via del suo nomadismo, non ha fatto la scuola.



"Imparalo adesso e imparalo bene, figlia mia. Come l'ago della bussola segna il nord, così il dito accusatore dell'uomo trova sempre una donna cui dare la colpa." [Mille splendidi soli, Khaled Hossein, 2007].

Forse il nostro studente ha delle sorelle, una moglie, o una figlia. Per tradizione, le donne nubili appartengono ai padri e quelle sposate ai mariti. Si possono trovare, anche sul Web, le foto delle ragazze con lunghi capelli neri al vento e minigonne vertiginose che affollavano Kabul negli anni ’60. Le ragazze che frequentano i bar di Kabul oggi, erano bambine quando i talebani sono giunti al potere. Sono cresciute in anni di lotte giovanili contro chi ha fatto lapidare donne sospettate di adulterio o disobbedienza.

"Il mondo non vede la tua anima, non gliene importa un accidente delle speranze, dei sogni e dei dolori che si nascondono oltre la pelle e le ossa. Era così: semplice, assurdo e crudele." [E l’eco rispose, Khaled Hossein, 2013].


Ma chi sono i talebani che continuiamo a citare?

"Sappiamo ora, senza possibilità di dubbio, che i taliban sono stati parte di un gioco molto più vasto, che ha determinato la loro esistenza e il loro ruolo. Ma è utile capire da dove vengono e come sono stati formati. «Studenti» sono stati definiti e continuano ad esserlo dalla stampa pakistana. Studenti del Corano. Studenti pushtun. Reclutati nelle immense tendopoli attorno a Peshawar, nei campi profughi. Figli di contadini che non avevano mai conosciuto la luce, il telefono. Vissuti fin dalla nascita in condizioni assolutamente miserevoli, elementari, brutali, nelle quali la principale occupazione, a partire dal momento in cui si comincia a camminare da soli, è cercare il cibo per sopravvivere. Tanti, tantissimi. Su una popolazione di profughi afghani attorno ai due milioni, i giovani in età dai 7 ai 18 anni non dovevano essere meno di 150 mila. Un esercito potenziale. Le scuole coraniche, le madrassas, esercitate da mullah a loro volta ignoranti e fanatizzati dalla Jihad, esistevano anche prima. L’idea nuova, invero geniale, fu di trasformarle in centri di formazione decisamente più complessi e polivalenti. Si ritiene che la svolta nell’uso delle madrassas come centri di reclutamento al tempo stesso ideologico e militare risalga alla fine del 1993. I commercianti di droga si rendevano conto che le rivalità dei capi guerrieri avrebbero reso sempre più precari e costosi i trasporti dell’oppio grezzo attraverso il territorio afghano. E decisero di dotarsi di una propria «milizia» ben distinta da quelle dei warlords locali, cioè dai mujaheddin. Il reclutamento di migliaia di ragazzi venne facilitato dall’afflusso di denaro. Nelle madrassas, dove prima si beveva solo tè e si mangiava qualche galletta, cominciò ad arrivare cibo in scatola, scarpe, vestiti." [Afghanistan anno zero, Giulietto Chiesa, Vauro, 2001].

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, l'amministrazione Bush ha giustificato l'invasione dell'Afghanistan con la bandiera della guerra al terrorismo. Ma dal 2003, a seguito dell'invasione dell'Iraq, la guerra in Afghanistan ha perso priorità tra gli obiettivi dell'amministrazione degli Stati Uniti. Sull'Afghanistan è calato il sipario, è divenuto un "non-luogo", qualcosa di cui si ignora la voce e non se ne ode nemmeno più l'eco. Dopo diciotto anni, la "guerra al terrore" degli Stati Uniti non si è ancora conclusa. Il presidente Donald Trump vorrebbe ritirare i soldati americani anche grazie a un accordo di pace fatto con i talebani, temporaneamente bloccato dopo gli ultimi attentati a Kabul. In queste aree l' ISIS si è radicato attirando soprattutto la simpatia di giovani combattenti, che si sono dissociati dalla leadership talebana.

"In cielo due aquiloni rossi con lunghe code azzurre volavano sopra i mulini a vento, fianco a fianco, come occhi che osservassero dall'alto San Francisco, la mia città d'adozione. Improvvisamente sentii la voce di Hassan che mi sussurrava: per te farei qualsiasi cosa. Hassan, il cacciatore di aquiloni."

Il gioco dell'aquilone è un'usanza molto antica in Afghanistan; ma è stato vietato nell'oscuro periodo talebano. Ora, gli aquiloni sono tornati a volare e il venerdì, giorno di festività musulmana, il cielo di Kabul si riempie nuovamente di colori. A questo punto, sappiamo meglio da cosa il nostro studente stava scappando. Chissà con quali obiettivi e aspirazioni è giunto qui da noi, cosa sognava per sé il giorno in cui si è iscritto nella nostra scuola. Ovunque sia adesso, rivolgiamo a lui il nostro pensiero, sperando che un giorno possa di nuovo far volare alto il suo aquilone.

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